La Pratica
Nanakorobi Yaoki = sette volte giù, otto
volte su, ossia l'aspetto dello spirito necessario nella pratica del karate do. Spesso nell'ambiente delle arti marziali, si usano dei vocaboli Giapponesi,
uno di questi è il termine "kiai". Il kiai è il grido che accompagna le tecniche del kihon, dei kata o nel kumite, è in realtà un'espressione di senso compiuto: "ki" sta per energia vitale e "ai" può essere tradotto come unione. L'individuo
unisce la propria energia vitale a quella della natura attraverso l'espirazione causata da una forte contrazione addominale. Il collegamento tra l'attività respiratoria ed il ki è dimostrato da un semplice fatto: pochi minuti di apnea sono
sufficienti ad uccidere qualsiasi essere umano che può invece resistere per giorni senza bere o mangiare. La tradizione orientale fa risiedere la vitalità fisica nell'addome (tanden) e ritiene che degli appropriati esercizi respiratori possano
incrementarla. E' il diaframma un muscolo piatto, posto in orizzontale sotto ai polmoni, che consente una respirazione profonda e ampia, mentre il movimento dei soli muscoli costali induce una respirazione superficiale e di difficile
controllo. Il tempo dell'espirazione corretta (ventrale), determinata dalla decisa contrazione dei muscoli addominali corrisponde perciò al momento di massima espressione di forza. Quanto detto può bastare ad inquadrare il kiai dal punto di
vista fisiologico, ma tralascia l'altra componente, che è prettamente psicologica. Il grido è intimamente connesso alle emozioni individuali. Si grida nel dolore e nel piacere, nella paura e nel coraggio, nella battaglia e sulla cima di una
montagna. L'urlo irrazionale ci riavvicina allo stato d'animo dei nostri progenitori, intenti a combattere per la propria vita in ambiente ostile. Quando le nostre normali risorse non possono assicurarci la sopravvivenza, la forza e la volontà
di cui abbiamo bisogno emergono solo con l'esasperazione delle emozioni. Alcuni potranno forse ricordare un momento della vita in cui energie nascoste sono state utilizzate. La possibilità di ampliare le capacità in condizioni estreme non
poteva certo sfuggire all'attenzione degli antichi guerrieri, i quali codificarono secondo la loro cultura il "grido", che divenne appunto, il kiai. Nel caso degli abituali allenamenti nel dojo, si procede seguendo un percorso inverso; Il kiai
non è provocato dall'imminente pericolo, ma piuttosto, induce, attraverso lo stimolo sonoro, il raggiungimento di una certa condizione psicologica: quella della lotta per la vita che deve perciò ingigantire la prestazione fisica
dell'esecutore. Oggi il kiai viene usato in molti sport occidentali che hanno saputo recepirne il valore in termini di risultato. Osservando un incontro di kendo, si può invece notare un'applicazione diversa del kiai. Anziché impiegare il
grido nell'attimo finale della tecnica, i contendenti urlano prima che l'azione abbia avuto inizio. Ciò è dovuto al fatto che l'uso di un'arma implica di per sè un risultato devastante che invece, a mani nude, può essere conseguito solo con
l'esasperazione della tecnica. Nel kendo, non dovendo incrementare l'aspetto fisico, viene dato grande risalto alla volontà risolutiva che induce all'azione. Tutto ciò può contribuire a far comprendere, ai profani ed ai nuovi praticanti, le
ragioni che spingono il karateka ad eseguire il kiai. E' chiaro che occorre un costante allenamento e grandi sacrifici affrontati con grande spirito di umiltà. Il miglioramento del nostro kiai non dipende solo dal miglioramento dello stile;
Infatti, se ad esempio nel dojo in un allenamento di kumite, ci proiettiamo verso il nostro avversario, ma al tempo stesso pensiamo di farci male, quella tecnica sarà imperfetta e poco potente. Nanakorobi yaoki vuol dire:
annullamento totale della preoccupazione del nostro corpo. Soltanto raggiungendo un simile stato mentale possiamo cominciare a parlare di kiai. In questo stadio, la tecnica esce spontaneamente e il nostro corpo è un tutt'uno col kiai,
il kiai stesso